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Nespola

NespoleFra le tante parole del linguaggio figurato siciliano che esprimono stupore per sgradevoli e inaspettati imprevisti, ne esiste una in particolare che viene “lanciata” in maniera plateale con tanto di punto esclamativo.

I più maliziosi di voi staranno pensando certamente ad un classico famoso del lessico siciliano, ma non mi riferisco a quello, sebbene la parola in questione la sostituisca a pieno titolo costituendo una "variante" più forbita, quasi aristocratica, da usare quando fra le persone coinvolte nel discorso, ci siano magari signore o bambini, che potrebbero disgustarsi nel sentire cose indecenti. Si tratta di “Nespula!”. Non so che attinenza abbia l’invocare platealmente in esclamazione questo frutto di origine cinese. È certo che, fino a qualche decennio fa, mi capitava di sentire in giro persone che intercalavano un “Nespula!” allorquando, nel discorso, era necessario conclamare stupore misto ad eufemistico disappunto. Mi viene in mente pertanto un piccolo fatto che mi raccontò mio padre, una vicenda realmente accaduta ai suoi tempi, subito dopo la fine dell’ultima guerra e che aveva come protagonista un anziano prete che nella nostra città curava una piccola chiesa ubicata in periferia. Don Liborio Prestifilippo, così si chiamava il curato, era ben accettato dai suoi parrocchiani, d’imponente corporatura, dava subito l’impressione di un antico condottiero romano. La sua figura infondeva a prima vista timore e rispetto, il suo volto dai tratti marcati con mascelle ben squadrate e occhi profondi, faceva capire di trovarsi davanti ad una persona con cui non si poteva scherzare. Diverso era invece il concetto che avevano tutte le persone che lo conoscevano, i suoi fedeli e i cittadini del rione dove esercitava il suo culto. Era infatti un grande ascoltatore, affabile, sempre disposto ad aiutare i bisognosi e ad elargire utilissimi consigli a chi a lui si affidava per risolvere complicate questioni dell’animo umano, sciogliendo ogni dubbio e mettendo tutti sulla retta via. Insomma un’autorevole personalità.

Don Liborio aveva però una particolare debolezza che lo faceva un po’ vergognare , gli piaceva mangiare bene ed era amante della buona cucina. Non gli mancavano d’altronde le occasioni, quasi ogni sera era invitato da molte famiglie che gli volevano bene. In fondo capiva che era un’affettuosa ricompensa all’aiuto spirituale che dava a queste persone che, non tardavano mai a rifocillarlo con prelibate cene a base di pietanze a lui ghiotte. Fu allora che, una sera, si ritrovò a casa di Pepè Gangitano con la promessa, nell’invito verbalmente espresso, che la moglie gli avrebbe preparato una pietanza di cui don Liborio era molto goloso: i fagioli con le cotiche. Agatina, la moglie di Pepè, era famosa per essere una brava donna di casa e di possedere rare abilità in cucina, aveva infatti fantasia nell’abbinare ingredienti poveri ad aromi e spezie particolari ma senza fare in ogni modo prevaricarne nessuno, dando insomma equilibrio al risultato finale.
 
Fagioli e coticheVenne finalmente quella sera e don Liborio restò quasi sconvolto dalla bontà della zuppa di fagioli di Agatina. Ne aveva mangiato due abbondanti porzioni, lentamente, per assaporare meglio la cremosità dei fagioli che si sposavano con la gustosa cotica cotta al punto giusto, una prelibatezza! Dopo cena, ringraziata la famiglia che lo aveva ospitato per avergli offerto quella grazia di Dio, uscì e si avviò a piedi verso casa, soddisfatto della cena e con l’intento di usare quel lungo tragitto a piedi come digestivo per smaltire la pesantezza della pietanza. Gli avrebbe fatto bene camminare. La strada che percorreva era illuminata dai lampioni che proiettavano sulla sua figura strane ombre mentre era in movimento, guardandole quasi si squietò un poco perché gli vennero in mente i demoni dell’inferno che lo perseguitavano per l’abbuffata che si era fatto. Non ci pensò più di tanto, era uomo colto e non facilmente impressionabile ma quelle ombre, gli misero addosso un lieve senso di angoscia. Ad un tratto, proseguendo nel suo cammino, cominciò a sentire un leggero imbarazzo allo stomaco. Era cosa risaputa che i fagioli avevano la particolarità di produrre abbondanti gas durante la loro digestione. Lui ne era particolarmente soggetto ogni volta ma il pensiero, seppur lieve, di quei demoni che lo seguivano, gli fece aumentare questa patologia. Bisognava dare sfogo a quest’aria che costantemente cominciava a formarsi nella sua “panza”. Mentre continuava a camminare si guardò furtivamente attorno, non c’era nessuno a quell’ora e i demoni che lo seguivano erano solo nella sua mente. Il primo sfogo “aeriforme” che ebbe, lo paragonò ad un sordo e lungo tuono, di quelli che si avvertono quando si è coricati sotto le coperte e annunciano un lontano ed imprevisto temporale in avvicinamento. Per lo stupore della durata e per l’intonazione quasi baritonale del suono esclamò: “Nespula !”, e proseguì.
Da quel momento in poi e per tutta la distanza che lo separava da casa, ad intervalli quasi regolari e fermandosi ogni tanto per accarezzare qualche cane che incontrava, fu tutto un avvicendarsi di “Nespula !” esclamati a voce alta e guardandosi segretamente intorno. Sapeva che una volta arrivato e liberatosi da quella fastidiosa ed incresciosa sofferenza, avrebbe tranquillamente preso sonno. Certo, aveva anche un po’ abbondato con il vino, ma non si sentiva brillo ed il vino aveva aiutato i fagioli nella loro opera, pazienza! Poco prima di raggiungere la strada dove abitava, mentre più raramente, per fortuna, esclamava i suoi: “Nespula !”, avvertì dietro di lui il rumore di alcuni passi che andavano avvicinandosi. Si fermò di colpo e piano piano, girandosi, scorse nell’ombra due sagome umane. Restò immobile, per niente impaurito ma con un po’ di apprensione, aspettando di riconoscere le due persone che gli stavano venendo incontro, provava un certo disagio che lo fece leggermente arrossire. Li riconobbe subito, erano Pepè e suo figlio ‘Ntonu. Quando furono arrivati vicino a lui, gli chiese con stupore come mai fossero lì e se fosse successo qualcosa. Pepè lo rassicurò e gli confidò subito che erano venuti a controllare semplicemente il suo buon rientro in quanto, all’uscita da casa, gli era sembrato un po’ traballante a causa del vino che aveva bevuto. Fu allora che a don Liborio venne in mente un pensiero che lo trafisse come una lama, con voce debole ma ferma chiese a Pepè: “ Pepè ma tu da quantu tempu sei appresso di mia?”. Pepè quasi arrossì alla domanda che gli fece il prete. Con una punta di leggera ironia ma con voce rispettosa e devota gli rispose: “ ...parrinu, semu appressu di vossia di quannu cuminciaru i primi nespuli !”.
 

 

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