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Lorenza

ScalinataLorenza si svegliò presto quella mattina, si avvicinò alla finestra e guardò il cielo. L'alba cominciava a farsi strada dissipando le ombre scure della notte, fantasmi in agguato, nascosti fra le strette viuzze del centro, nel vano seminascosto delle porte o nell'incavo delle scale esterne in pietra campanedda che portano al piano fuori terra delle misere case spossate dal tempo e dai ricordi.

Accese il fuoco e mise l'acqua nel paiolo poi vi introdusse alcune foglie d'alloro staccate da un ramo che teneva appeso alla parete. Si sedette e, mentre aspettava che l'acqua bollisse, posò entrambe le mani sul ventre e lo accarezzò. Nel suo grembo un'altra vita stava crescendo. Da quando era gravida soffriva di “acidità di stomaco” che curava con decotti di alloro. Questo sarebbe stato il suo terzo figlio, il primo le era morto di meningite all'età di diciotto mesi, il secondo era nato morto. Il tempo della gravidanza era ormai quasi completato ma Lorenza non aveva ancora alcun sentore di doglie. Era tempo della raccolta delle olive e, assieme ad altre donne, quella mattina si sarebbe recata nel giardino di ulivi in contrada Mendola di proprietà del barone P. Il marito, Turi, era operaio agricolo giornaliero anche lui alle dipendenze del barone suddetto. Era un brav'uomo, nascondeva quella sua innata timidezza dietro la maschera di uomo burbero che lo faceva sembrare, talvolta, alquanto insensibile. Sin da ragazzo il padre gli ripeteva: “Turi, devi dimostrare d'essere omo, non devi mostrare le tue debolezze, altrimenti tua moglie, prima o poi, ti farà indossare la faretta (la gonnella) e sarà lei a dare ordini in casa tua.” Così, quando dovette partire per la guerra, per cercare di trattenere le lacrime che, copiose, cercavano prepotentemente di affiorare ai suoi occhi e fare l’omo, come voleva suo padre, non riuscì ad abbracciare la moglie e si limitò ad una stretta di mano. “Lorenza, Lorenza,” la chiama, intanto, la vicina sua compagna di lavoro, “scendi, presto, andiamo, ‘u carrettu n’aspetta.” Gli anni del primo conflitto mondiale furono anni duri per le donne che, rimaste a casa, dovettero assumersi la responsabilità della famiglia. Dovevano dimostrare di essere forti ed avvedute. Dovevano lavorare la terra per approvvigionare le derrate per l’ inverno: grano, olio, legumi, paglia per gli animali. Allevare le galline per avere uova per i bambini e una capretta per il latte fresco ogni mattina. Le donne siciliane sono sempre state laboriose come le formiche anche se a loro, lavorando, piaceva cantare come le cicale, ma erano sempre tristi nenie. Sul carretto erano già sistemate altre donne, Lorenza e la sua vicina salirono anche loro. Quando furono arrivate a destinazione distesero le frazzate, tessute al telaio di casa, sotto gli alberi di ulivo così che le olive vi cadessero sopra e non si disperdessero nel terreno; poi appoggiarono alcune scale di legno agli alberi e, col paniere sotto braccio, salirono sui pioli a raccogliere le olive.

UliviQuella era una buona annata. Le olive erano grandi, lucide e turgide ed i panieri si riempivano presto. Quando erano colmi, le donne scendevano dagli alberi, per svuotarli dentro le ceste. Alla fine venivano raccolte quelle che cadevano sulle frazzate. La sera, poi, il soprastante, colui che controllava il lavoro per conto del padrone, misurava la quantità delle olive raccolte col decalatro e riempiva i sacchi di robusto cotone, anch‘essi tessuti in casa. Le donne ne raccattavano un po’ fra le più grosse e nere da mettere sotto sale, come conserva per l’inverno e altre verdi da mettere in salamoia, da mangiare cunsati con olio aceto   origano e aglio pestato nel mortaio di creta o da arrostire nel fuoco, la sera, assieme a qualche uovo e a delle patate. Mentre Lorenza, gravida, sgobbava in campagna, Turi passava i suoi giorni nelle trincee scavate ai confini, sotto il fuoco nemico, coi compagni che morivano al suo fianco come uccellini spauriti in un giorno di caccia, colpiti dal fuoco dei cecchini. Nel silenzio greve della notte il suo pensiero era rivolto alla famiglia, a sua moglie, al quel bambino che di li a poco sarebbe nato e che sarebbe potuto rimanere orfano senza, nemmeno, aver conosciuto il padre, maledicendo quella patria che lo costringeva lontano da casa a combattere, a vivere o morire per qualche metro di terra. Era quello un autunno caldo e assolato, uno di quegli autunni siciliani in cui la campagna risplende di colori ambrati. Sotto gli ulivi che riparavano dal sole si stava bene e qualche donna, cullata da un filo di vento, intonava una nenia ammaliante e struggente al tempo stesso, pensando con nostalgia all’uomo lontano e in costante pericolo: padre, figlio, marito poco importa. Lorenza, ad un tratto, emise un grido, facendo preoccupare tutti. Si trovava sulla scala col paniere al braccio mezzo pieno quando le si ruppero le acque e le cominciarono le doglie, le altre donne l’aiutarono a scendere. La fecero distendere poco distante, su una frazzata piegata in quattro parti sotto un grande ulivo dove già erano stati raccolti i frutti, poi una donna anziana, più esperta delle altre per il numero di figli che aveva partorito durante la sua vita, l’aiutò.

LorenzaNacque un bel maschietto con un ciuffetto di capelli neri che gli incorniciavano la fronte. Lorenza spiò quell’ esserino, accertatasi che stesse bene, lo avvolse nel suo scialle, gli diede il seno affinchè succhiasse quel primo latte materno ricco di elementi nutrienti chiamato culòstra e, quando il bambino soddisfatto si addormentò, lo depose sulla frazzata all’ombra per tornare sull’albero a raccogliere olive e non perdere la sua giornata di lavoro.

Le donne siciliane sono forti come rocce.

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